Gb, Angelo Cremonese: “Da Truss lezione inglese per Giorgia Meloni”

La meteora del Governo Truss, durato solo 45 giorni, e il suo destino possono far da monito ai governi conservatori di molti altri Paesi. Quanto avvenuto in Inghilterra può rappresentare una lezione importante per le future scelte di politica economica in tutta Europa. Non sono stati solo i mercati ad andare contro le riforme liberiste dell’esecutivo inglese, facendo crollare il valore della sterlina, ma è l’intero Paese che si è sollevato contro la riduzione significativa dell’onere fiscale a vantaggio dei redditi più elevati e delle grandi società, a scapito del gettito e del già delicato stato delle finanze pubbliche.

In Inghilterra si è sottovalutato il profondo disagio di una larga parte della popolazione che vede nella progressività e nel maggior peso fiscale a carico dei ricchi e delle corporation l’unica speranza di avere più welfare e di riattivare i meccanismi dell’ascensore sociale ormai fermi da tempo. La Brexit, seguita dalla Pandemia, dalla guerra Russo-Ucraina, dall’impennata dei prezzi delle materie prime e dall’inflazione galoppante, hanno allargato ancor di più la forbice fra i ceti sociali.

L’indice di Gini, che misura le diseguaglianze, viaggia nel Regno Unito intorno allo 0,332 e ci fornisce l’indicatore di una situazione economica caratterizzata da forti squilibri distributivi della ricchezza. Le considerazioni frutto di questa analisi si possono estendere al nostro Paese, anche tenendo conto della campagna elettorale dello schieramento che ha vinto le ultime elezioni e che sta per formare il prossimo governo. Se si pensa alle promesse di allargamento della già iniqua flat tax e di sostanziale eliminazione degli ultimi lembi di progressività, unita alla prospettiva di una profonda revisione (peraltro sacrosanta) del Reddito di cittadinanza, la lezione inglese può essere davvero utile. Una aspettativa di riduzione del gettito tributario ha scatenato la bufera in Inghilterra con un rapporto Debito/Pil dell’85%.

Meglio non immaginare quello che potrebbe succedere in Italia dove il rapporto si aggira intorno al 150%. La situazione non è molto diversa nemmeno sul piano delle diseguaglianze sociali, con il nostro Paese che ha un indice di Gini dello 0,354, superiore a quello del Regno Unito. Giorgia Meloni deve ricordare che gran parte del suo elettorato oltre che da una classe media sempre in maggiore difficoltà, viene dai ceti più poveri, dalle periferie, dagli artigiani e dai piccoli imprenditori che non vedono da tempo una speranza di uscire dall’anticamera della povertà e che sperano in un reale cambiamento.

Con una congiuntura economica così difficile, una forte fragilità energetica e produttiva e una credibilità internazionale tutta da riconquistare, dopo l’uscita di scena di un gigante come Mario Draghi, il prossimo esecutivo non può permettersi di dimenticare quanto sia importante la sete di equità, la necessità di ridurre le distanze attraverso una vera redistribuzione dei redditi che passa obbligatoriamente per un sistema tributario che superi le pericolose scorciatoie elettorali della flat tax e ritorni ai principi costituzionali della progressività e della solidarietà sociale.

(Di Angelo Cremonese, Docente di Scienza delle Finanze, Luiss)

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