La sconfitta e la ripartenza, il Pd cerca una nuova identità

Giorni di analisi della sconfitta: ripensamenti, autocritiche, rivendicazioni. Il Partito Democratico scottato dal voto fa i conti con il passato (recente e remoto) provando a immaginare il futuro. La crisi è una delle tante che nel tempo ha segnato il percorso del partito a vocazione maggioritaria nato nel 2007 (dall’unione dei Ds e della Margherita), ma questa volta potrebbe essere irreversibile. C’è chi, da più fronti, ne auspica la dissoluzione. E chi vuole provare a rifondarlo. Ma come? Scissione? Nuovo nome? Nuova classe dirigente? Il confronto è aperto; il dibattito permanente. “Il 36 per cento degli elettori non è andato a votare: un ceto politico riflessivo si dovrebbe fermare a parlare di questo” e “la sinistra deve affrontare una sfida inedita“: lo afferma Walter Veltroni, fondatore del Pd, in una intervista a La Stampa nella quale sostiene che non sarà il cambio del nome a salvare il Pd né “la testa di un segretario” e che “l’opposizione non è una gogna, dall’opposizione si possono cambiare i paesi, aspirare a governare”. Veltroni, che più volte è tornato a difendere la visione originaria che portò alla nascita del Pd, e più volte ha cercato (a distanza ma con il peso di chi è stato fautore e protagonista di questa storia) di riadattarla ai tempi, ricucendo gli strappi e le ferite anche in questo caso ci prova: “Assistiamo al paradosso per cui chi ha dimezzato i voti esulta, e un partito che ha quasi il 20 per cento discute se sciogliersi” sottolinea. “Il Pd più che una sconfitta elettorale ha subito una sconfitta politica, rischia molto se non coltiva la sua identità e se non cambia profondamente”, osserva Veltroni. “Torniamo alle radici – dice -. Nel 2007 cercammo di dire che il Pd non era l’alfa privativo, quello che era rimasto dopo la fine dei partiti del ‘900, ma una bellissima identità propria, il soggetto che coniugava, senza la costrizione delle ideologie, la radicalità del riformismo con la pienezza delle libertà”.

Insomma ripartire daccapo, senza farne una questione di nomi o maquillage.  “In 14 anni il Pd ha perso circa sette milioni di voti: la prima cosa da fare non è allearsi con Conte o Calenda, ma riallearsi con quei sette milioni di elettori“, rilancia il fondatore. “Le persone si convocano sempre attorno a un sogno, non a una paura”, chiosa Veltroni. “Sento chi dice di cambiare nome al Pd: è come se stai male e per reazione alla malattia, anziché curarti cambi nome”.

Intanto, però le correnti all’interno del partito si agitano in ordine sparso, così come i possibili candidati alla segreteria. “Io non mi candido. E’ un nome in meno. Voglio confrontarmi sulla politica” dice in un’altra intervista il vicesegretario Peppe Provenzano. “Partiamo subito” con il percorso congressuale, aggiunge Provenzano, “chiamiamo a raccolta singoli, associazioni, sindacati, allarghiamo la nostra discussione e chiariamoci sulle scelte di fondo”. Provenzano attacca la scelta governista. Bisogna “costruire un nuovo partito democratico. Affrontare finalmente il nodo della sua identità – rivendica – sapendo che questo dipenderà dalla capacità di legare l’opposizione in Parlamento al bisogno di alternativa che crescerà nel Paese”. Il Pd deve ‘guarire’ dal governismo: “Il governo senza consenso – evidenzia – è stato il suo errore di fondo”. Il partito, conclude Provenzano, non deve sciogliersi ma “solo sciogliere le contraddizioni. In 11 anni di governo, su 15 di vita, abbiamo detto tutto e il contrario di tutto. Un grande partito dev’essere plurale, ma su alcuni punti fondamentali non puoi avere due linee”. Insomma, una linea più marcata a sinistra (guardando alle istanze dell’ex segretario Bersani su un “progetto alternativo) su cui avviare un confronto già nella direzione in programma giovedì, in attesa del congresso.

Resta la difficoltà della sintesi tra spinte diverse. La corrente di AreaDem (Dario Franceschini) e anche quella di Base Riformista, seppur ridotta nel numero di eletti, conservano un certo peso. Uno dei nomi espressi, in tal caso per la segreteria, è quello di Stefano Bonaccini. Ma in molti, nel partito, si dicono scettici sul fatto che il governatore dell’Emilia-Romagna accetti di buon grado la sfida se ad appoggiarlo sarà solo l’area che ruota attorno a Lorenzo Guerini. D’altra parte Andrea Orlando ha già fatto conoscere la sua proposta: costituente dal basso; porte aperte al mondo del volontariato, del sindacato, della “sinistra diffusa”; caratterizzazione del partito sui temi del lavoro, del precariato, della lotta ai cambiamenti climatici.

Di certo le correnti, benché parcellizzate, dovranno più o meno di buon grado fare squadra in vista del rinnovo delle capigruppo. La soluzione scontata, a scandagliare alcuni eletti dem, sarebbe quella di confermare Debora Serracchiani e Simona Malpezzi fino alla fine del congresso e la scelta del nuovo segretario che, da prassi, dovrà verificare la scelta del predecessore, confermandola o cambiando presidenti dei gruppi di Camera e Senato. L’alternativa sarebbe quella di anticipare il congresso nelle aule delle Camere, dando corso a una sfida fra le correnti.

In Parlamento, su queste due ipotesi si registrano spinte contraddittorie nei gruppi dem. Ma si tratta di un punto su cui il Pd deve fare chiarezza il prima possibile. Nel frattempo i lavori per la formazione del governo vanno avanti, le Camere si riuniranno nella loro nuova composizione il 13 ottobre e, nelle ore successive, partira’ il giro delle consultazioni. In tre settimane, il governo potrebbe essere pienamente in carica. Per tutte queste ragioni, si sta facendo strade nelle ultime ore anche l’opzione di una ‘prorogatio’ del mandato a Letta, almeno per il tempo necessario a portare a termine il congresso rifondativo, fondativo o costituente che dir si voglia.  “Affidare a Enrico Letta il compito di gestire questa fase”, è la proposta di Roberto Morassut, “agganciandola al lavoro fatto fin qui dalle Agorà e fare entrare nel partito quelle forze che vivono nella società. Un lavoro serio su di noi è la premessa per avere un giusto rapporto con i nostri potenziali alleati”. 

Dal Nazareno, per ora, l’ipotesi non viene commentata. C’è la consapevolezza che opzione aiuterebbe anche a mettere il partito in condizione di affrontare con maggiore tranquillità  le elezioni regionali di gennaio, nel Lazio, e quelle in Friuli Venezia Giulia e Lombardia, poco dopo. Nel Lazio, la maggioranza che governa oggi con Nicola Zingaretti potrebbe marciare divisa. Tanto i Cinque Stelle quanto Azione minacciano di andare ciascuno per la propria strada. Fonti del Pd del Lazio vedono quella dei Cinque Stelle come una “tattica” mentre “quella di Carlo Calenda è qualcosa di più strutturato”, dicono. Anche per questo, l’idea di fare rimanere Letta al Nazareno trova sostenitori trasversali, dentro e fuori i gruppi parlamentari. L’ipotesi potrebbe prendere consistenza proprio nella direzione di giovedì, quando alla relazione del segretario seguirà il dibattito. L’ennesimo, tra passato e futuro.

 

 

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