Meloni guarda a palazzo Chigi, tensioni con FI e Lega sulla squadra di governo

La mattina dopo è un fiorire di interviste per smorzare i toni, chiarire l’equivoco, rassicurare: nessun vero problema nella coalizione. Nessun dubbio sulla “linea atlantista”. “Noi siamo atlantisti ed europeisti. Su questo non può esserci nessun dubbio”, dichiara il neo capogruppo alla Camera di Forza Italia, Alessandro Cattaneo, intervistato da La Stampa, dopo l’uscita del suo leader, Silvio Berlusconi, sul riavvicinamento a Putin. “Quel che ha detto era un momento di dialogo all’interno di una assemblea”, precisa l’azzurro. “Non ha detto che sta tentando di ricucire”. I 25 anni di storia di Forza Italia, assicura Cattaneo, confermano la “nostra adesione piena ai valori dell’Occidente, al Patto atlantico”. Mentre la capogruppo azzurra al Senato Licia Ronzulli, ribadisce che “il centrodestra è e resterà unito. Abbiamo vinto le elezioni e abbiamo non solo il diritto ma anche il dovere di governare”. Nel rapporto con FdI “non c’è nulla da chiarire, è un rapporto consolidato all’interno di un’alleanza solida che ci ha visto vincere le elezioni tutti insieme. Alcune incomprensioni in questa fase sono fisiologiche”. 

Insomma, acqua sul fuoco. Ma le parole di Silvio Berlusconi, sul rinnovato rapporto con Putin, ancora scottano e lasciano il segno in una giornata (quella di ieri) che riaccende forti tensioni tra gli alleati e in particolare tra la leader di FdI e il Cavaliere. Giorgia Meloni non ha commentato la sortita, puntando soprattutto sul lavoro che ancora c’è da fare in vista delle consultazioni al Colle. Ma trapela la preoccupazione e lo stupore della premier in pectore per il comportamento dell’alleato e l’ennesimo fuori programma. La partita dei ministri sembrava chiusa, archiviata dopo l’incontro nella sede di Fratelli d’Italia tra Meloni e Berlusconi, invece poco più di 24 ore e si ricomincia, quasi, daccapo. A rimettere in discussione il patto di governo siglato tra i due leader è proprio il Cavaliere che si prende la scena tra Senato e Camera – dove arriva per l’elezione dei nuovi capigruppo azzurri, Ronzulli a palazzo Madama e Cattaneo a Montecitorio– parlando del suo rapporto con Vladimir Putin e rilanciando in favore di telecamere la lista di ministri in quota Forza Italia: “Antonio Tajani andrà agli Esteri, e sarà anche vicepresidente del Consiglio dei ministri. Poi Elisabetta Casellati alla Giustizia, Gloria Saccani Jotti all’Università, Anna Maria Bernini alla Pubblica amministrazione e Gilberto Pichetto Fratin all’Ambiente e alla Transizione ecologica”. 

Cinque dicasteri, numero concordato il giorno prima con la premier in pectore. Ma caselle e nomi non tornano. In particolare, a generare il cortocircuito è il riferimento alla Giustizia. Per il Guardasigilli infatti FdI ha un solo nome, quello dell’ex magistrato Carlo Nordio. Lo fa capire senza troppi giri di parole anche il nuovo presidente del Senato, Ignazio La Russa. “Giorgia ha insistito molto perché Nordio si candidasse con FdI, non certo per fare il semplice parlamentare – sottolinea – ma solo perché potesse ricoprire il ruolo di ministro della Giustizia. E credo che questa sia l’intenzione della Meloni”. Berlusconi invece insiste e torna a fare il nome di Elisabetta Casellati (per la quale l’altra ipotesi è quella di un incarico alle Riforme).  C’è poi in discussione la posizione di Antonio Tajani, indicato come successore di Di Maio alla Farnesina e il tassello che riguarda l’Università: per Berlusconi a succedere a Maria Cristina Messa dovrà essere la deputata emiliana Gloria Saccani Jotti. Nome però, a quanto pare, non concordato con Meloni nel corso dell’incontro a via della Scrofa. 

Anche nel raccontare l’incontro, nel corso della riunione di FI alla Camera,  Berlusconi riaccende qualche miccia: “Ieri con la signora abbiamo parlato anche di ministri, che erano quattro e sono saliti a cinque. Ma io ho insistito – riportano le agenzie –  perché la Lega ha già avuto qualcosa più di noi perché la signora Meloni si è tenuta la presidenza del Senato, e io le ho detto che deve imparare da capo di un governo almeno ad usare il condizionale. Quindi noi gli abbiamo chiesto tre ministeri, mi ha riso in faccia, ne ho chiesti due, ha riso ancora, ne ho chiesto uno, ha detto ok”. Parole che suonano come una stoccata e un segnale sul non voler considerare la partita per l’esecutivo chiusa.

Una partita, che sullo stesso fronte, gioca anche Matteo Salvini che oggi, secondo quanto annunciato da fonti leghiste, ha in programma un incontro con Giorgia Meloni, “pronto a fare la voce grossa che a questo punto si rende necessaria” per rilanciare la richiesta del Carroccio di guidare il Viminale  e di “non rinunciare” alla richiesta di esprimere il ministro delle Politiche Agricole. Per questi due dicasteri le richieste sarebbero dunque “ancora in campo” da parte di via Bellerio. “Non accettabili” vengono infatti considerate da Salvini e dalla Lega le richieste di rinunciare sia al ministero degli Interni che a quello dell’Agricoltura.

Gli ostacoli, dunque, non sembrano ancora del tutto superati per la nascita del governo di centrodestra a trazione FdI. Meloni però non intende rallentare, “è molto concentrata nel formare il governo che serve agli italiani – sottolinea Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione del partito –  credo che sceglierà i migliori ministri nelle migliori caselle”. L’obiettivo resta lo stesso: chiudere il prima possibile, giovedì probabilmente al Colle per le consultazioni. L’attesa per l’incarico e, trovata la quadra, qualche giorno dopo il giuramento.

 

 

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