Migranti, Zini (Assindatcolf): “Sgravi contributi a cooperative? Anche noi li chiediamo, ma invano”

Il decreto interministeriale del 21 settembre 2022 firmato lo scorso agosto dal ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Andrea Orlando, sugli sgravi contributivi alle cooperative sociali per l’assunzione di persone a cui è stata riconosciuta protezione internazionale, fa discutere. Perché sì agli sgravi contributivi alle cooperative sociali per queste categorie e no per le medesime categorie ai datori di lavoro se sono famiglie che necessitano di badanti o baby sitter per potere andare a lavorare? “Ci sono circa 970mila tra colf e badanti in regola in Italia, su un totale di circa 2 milioni. Il 70 per cento sono extracomunitari. Da tantissimo tempo noi auspichiamo sgravi per la loro assunzione. Purtroppo però non siamo mai destinatari della deducibilità del costo contributivo come avviene con le cooperative sociali”. Così all’Adnkronos Andrea Zini, presidente di Assindatcolf, l’Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico, costituita su iniziativa della Confedilizia nel 1983 per rappresentare e tutelare la categoria delle famiglie che hanno alle loro dipendenze dei collaboratori domestici.

Il sindacalista denuncia la diversità di trattamento e ricorda: “E’ un problema che abbiamo più volte presentato al governo e all’Inps. Ad ostacolarne la realizzazione credo sia a monte un problema strutturale legato al vetusto meccanismo contributivo dell’Istituto nazionale di previdenza sociale, una gestione vecchia, da superare. In parole povere, va in tilt il meccanismo al momento del versamento dei contributi, se ridotto ad esempio del 50% rispetto alle fasce standard. Altrimenti se così non è, mi sfugge la filosofia: perché sono preferite platee ristrette rispetto alla generalità dei datori di lavoro?”, sollecita.

“Nel 2018 abbiamo chiesto che venisse esteso alle famiglie il beneficio dello sgravio contributivo in caso di assunzione dei cittadini che percepiscono il reddito di cittadinanza. Sarebbe stato logico che questo tipo di beneficio fosse esteso al nostro comparto – sottolinea – Grazie all’allora ministra del lavoro Catalfo, avevamo ottenuto l’inserimento di un emendamento che tuttavia è stato bloccato in Commissione bilancio per assurdi motivi di copertura inesistenti, perché se lo Stato risparmia per le aziende, risparmia anche per le famiglie”.

Sul fronte finanziario, “i 350 euro al mese previsti nel Decreto coprono quasi tutta la posizione contributiva di un lavoratore di cooperativa – spiega conti alla mano il sindacalista – Nel settore del lavoro domestico invece i contributi sono molto più bassi. Quindi allo Stato nel caso delle cooperative l’agevolazione costa 4500 euro l’anno per un lavoratore a tempo pieno”, come individua anche il Decreto “A parità se nell’agevolazione fosse stato incluso il lavoro domestico il costo per lo Stato sarebbe stato di 2800 euro. Converrebbe quindi includere nell’esonero anche le famiglie datrici del lavoro domestico, che non utilizzerebbero mai, neanche in presenza di lavoratori a tempo pieno, tutto il plafond disponibile. Ciò incrementerebbe di conseguenza il numero delle possibili assunzioni, con grossi benefici nell’ottica dell’integrazione dei migranti nel tessuto sociale italiano, sia dal punto di vista linguistico che di usi e costumi, come non avviene spesso con le cooperative dove si vive lo spaccato sociale italiano in modo limitato”.

L’estensione degli sgravi contributivi al lavoro domestico rappresenterebbe un importante risultato, nell’ottica di una politica win to win sul fronte dell’integrazione degli immigrati e della valorizzazione delle politiche in favore della famiglia: “Il meccanismo del lavoro domestico è stato una palestra per l’integrazione degli stranieri sin dalla caduta del muro di Berlino ed ha a sua volta contribuito al rafforzamento della famiglia, istituzione altrettanto fragile”, conclude. (di Roberta Lanzara)

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